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L'intervista: Fabrizio Manca

WorldSkills nelle parole del direttore dell’Ufficio scolastico regionale del Piemonte.

Fabrizio Manca orizzontale

Grazie per la sua disponibilità a conversare su temi che ci sono cari: formazione professionale, orientamento, eccellenza…

Grazie a voi per l’opportunità di parlare di istruzione tecnica e professionale. La considero un elemento formativo fondamentale per la crescita e lo sviluppo del Paese, soprattutto tenuto presente che l’Italia rappresenta la seconda industria manifatturiera in Europa. Ritengo quindi indispensabile intervenire sul nostro modello formativo per renderlo più adeguato alle sfide della modernità. E queste sfide ci richiedono di creare figure di tecnici specializzati che abbiano anche la capacità di adattare continuamente le proprie competenze alla rapidità dei cambiamenti tecnologici. Questo obiettivo, che io considero primario, è stato riconosciuto anche nell’ultima bozza della missione “Istruzione” del Recovery Plan. Il piano sarà definito meglio più avanti, ma intanto dobbiamo recepire questa sensibilità.

Nel contesto che lei ha delineato come si possono inserire le iniziative promosse da WorldSkills?

Le attività di WorldSkills vanno proprio in questa direzione: migliorano la preparazione professionale dei nostri ragazzi in un’ottica di aderenza alle necessità del mercato del lavoro e quindi stabiliscono un collegamento molto stretto con il contesto delle aziende, offrendo loro l’approvvigionamento di profili professionali con caratteristiche precise.

Un potenziamento quindi dell’intero sistema di istruzione e formazione tecnica e professionale…

Come dicevo, abbiamo un gran bisogno di colmare il gap che esiste fra i profili che escono dall’istruzione tecnica e professionale e quelli richiesti dalle aziende. In quest’ottica l’innalzamento della qualità formativa promossa da WorldSkills diventa anche un elemento che favorisce l’orientamento verso questa tipologia di studi, superando la caduta di iscrizioni che purtroppo da qualche anno l’area registra. Da parte delle famiglie non c’è la percezione della rilevanza di questo segmento di istruzione come motore di sviluppo del Paese.

La stupisce che Agenzia Piemonte Lavoro – che è l’ente strumentale di Regione Piemonte con competenza sulle politiche attive del lavoro – la interpelli in merito a WorldSkills, che si occupa di istruzione, formazione e orientamento?

No, non mi stupisce che un ente che ha come missione le politiche attive del lavoro intraprenda questo tipo di iniziative. Secondo me è anche questa una politica attiva del lavoro.

Oltre a puntare a una formazione di eccellenza per i giovani, il format WorldSkills passa anche attraverso l’innalzamento – perdoni il gioco di parole – della formazione dei formatori, cioè degli insegnanti stessi. Sono infatti coinvolti in un network dove possono confrontarsi con colleghi condividendo esperienze e best practice. Come considera questa opportunità per i docenti piemontesi?

Vorrei rimarcare che l’iniziativa è interessante non solo dal punto di vista degli studenti, offrendo loro la possibilità di confrontarsi con professionisti e mettere in pratica le loro competenze. Un altro punto di forza si ha proprio sul versante degli insegnanti. Questo format permette loro di beneficiare dell’arricchimento derivato dal fare esperienza degli approcci didattici di altre nazioni, ma anche dal raccordo con persone “più attrezzate”. Ritengo la formazione dei formatori un apporto molto interessante.

Obiettivo dichiarato di WorldSkills è portare a un livello di eccellenza la formazione e l’istruzione dei giovani che hanno scelto percorsi scolastici professionali. L’intento è accrescere le loro opportunità occupazionali, ma anche innescare ricadute positive sulla capacità competitiva delle realtà produttive che li accoglieranno. Condivide questa mission?

Certo, credo che si istauri una relazione win win: un fattore di cambiamento e sviluppo per ragazzi e aziende. Nel nostro Paese manca un rapporto istituzionalizzato fra lavoro e scuola, che invece fa bene a entrambi: da una parte richiede al sistema formativo di essere più efficace nella sua azione; dall’altra migliora la capacità produttiva delle aziende. Credo molto in questa contaminazione. Mi spingo più in là: in un progetto di ripensamento della formazione tecnico-professionale le stesse aziende dovrebbero essere direttamente coinvolte nella progettazione dei percorsi formativi. L’ho visto personalmente seguendo lo sviluppo dei progetti di alternanza scuola-lavoro e apprendistato insieme a tanti partner del mondo del lavoro. Per gli imprenditori più lungimiranti avere la possibilità di entrare in relazione con gli studenti è molto utile e positivo.

Strumento privilegiato che WorldSkills mette in campo per “alzare l’asticella” della formazione e dell’istruzione professionale è la condivisione e il raggiungimento di standard definiti per ogni profilo professionale. Di fatto questi standard definiscono le competenze, cioè cosa bisogna sapere e cosa bisogna saper fare per poter svolgere un mestiere. Gli standard sono delineati a livello internazionale da professionisti di ogni settore – dal cuoco al falegname, dal grafico al sarto – e attualmente sono condivisi da 83 nazioni. Finlandia, Russia, Svizzera, per citare alcuni paesi, hanno adottato gli standard WorldSkills come parametri a cui improntare il proprio sistema scolastico nazionale. Tutti i dirigenti scolastici e direttori di agenzie che abbiamo intervistato si sono espressi positivamente a questo proposito. Pensa che condividere gli standard WorldSkills sia auspicabile anche per il sistema formativo professionale piemontese?

Assolutamente sì. Sarebbe molto utile che venissero recepiti all’interno dell’ordinamento del sistema scolastico a livello regionale ma anche, oserei dire, a livello nazionale attraverso il ministero. Questo tema, per altro, è già inserito dentro il Piano di ripartenza e resilienza, quindi credo che ci siano tutte le condizioni per riportare il tema dell’istruzione tecnica e professionale al centro. Da anni il mondo del lavoro, Confindustria in testa, cerca di sensibilizzare su un ripensamento dell’intero sistema formativo tecnico e professionale. In quest’ottica, mi sembra molto utile un’approfondita analisi metodologica degli standard WorldSkills, che sono mutuati anche da altri paesi.

La condivisione dei parametri WorldSkills va anche nella direzione di una certificazione unica, riconosciuta a livello regionale, per non dire internazionale, delle competenze professionali. La considera una opportunità in più per i giovani da spendere nel mercato del lavoro?

Sicuramente. Un sistema di certificazione delle competenze è proprio quello che manca nel nostro Paese, e quindi anche a livello regionale. Da questo punto di vista l’Italia è un po’ indietro rispetto ad altre nazioni che hanno invece un repertorio consolidato e continuamente aggiornato.

Una delle attività qualificanti di WorldSkills sono le competizioni, dove i giovani si sfidano in gare sui mestieri. Le competizioni si svolgono a livello regionale, nazionale, europeo e mondiale. L’edizione 2019 si è svolta a Kazan, in Russia, ha visto la partecipazione di 63 nazioni, 1.300 competitor, 250mila visitatori. In effetti molti docenti apprezzano di WorldSkills l’aspetto legato alle competizioni come momento di potenziamento delle competenze degli studenti. Come valuta questo aspetto competitivo nella prospettiva dell’ingresso nel mondo del lavoro?

Premetto che non mi piace un approccio didattico agonistico, perché è una distorsione dell’approccio inclusivo. Qui però parliamo di qualcosa d’altro: si tratta di una competizione che diventa lo strumento per confrontarsi con la realtà “nuda e cruda” del mondo del lavoro, quindi per aggiornarsi e migliorare le proprie competenze. Questa è sicuramente una competizione che mi sento di promuovere e condividere in toto. Trovo che sia stimolante per gli studenti e anche per gli insegnanti. Leggo questa competizione in una dimensione educativa e pedagogica, perché lo studente non sta sfidando gli altri ma se stesso, i propri limiti e le proprie capacità. In questo senso, le competizioni potrebbero rappresentare una chiave interessante e utile nel percorso di crescita non solo professionale ma anche individuale. Quella che ho in testa è una scuola che si prenda cura di tutti, aiutando ciascuno e ognuno a esprimere il proprio potenziale. In questo tipo di competizione questo concetto c’è, perché l’approccio metodologico e gli obiettivi sostengono e potenziano la crescita dello studente. Di più: lo valorizzano in quanto persona consapevole del proprio potenziale e capace di presentarsi e relazionarsi con il mondo del lavoro. Quando le aziende incontrano i nostri studenti non riescono a vedere la persona, perché gli studenti non hanno ricevuto un percorso di orientamento che ha fatto scoprire prima di tutto se stessi, chi sono e cosa possono e vogliono essere. Il compito della scuola è prepararli a questo.

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